jamigrants padova

Quello della musica è un linguaggio universale: non serve conoscere le note musicali per ballare, nè capire la lingua di una canzone per emozionarsi. Se i popoli più lontani possono unirsi con il potere della musica quello di Jamigrants è un vero e proprio progetto musicale migrante.  Il progetto nasce nel 2017 nel contesto di Arte Migrante Padova e oggi è una band che unsice tre continenti e ha l’obiettivo di abbattere razzismo e discriminazione con il potere della musica.

Dalla volontà di dialogo ed ascolto reciproco, Jamigrants oggi unisce le storie, le esperienze travagliate di migrazione e la ricchezza culturale dei vari membri della band: testimoni viventi di un forte messaggio di sensibilizzazione e di promozione di una visione pacifica del mondo.

Dopo numerose esibizioni nei posti più disparati, dalla strada, a festival, manifestazioni in piazza, flash mob, conferenze, teatri e chiese, oggi Jamigrants è un veicolo di sensibilizzazione e inclusione con laboratori, corsi e un documentario in arrivo.

Abbiamo intervistato il fondatore, Federico Curzel.

COM’è NATA L’IDEA DI FONDARE JAMIGRANTS?

L’idea di questo progetto è nata nel contesto di Arte Migrante Padova, un gruppo aperto dove svolgo il ruolo di facilitatore, che promuove l’inclusione sociale attraverso condivisioni artistiche libere. Durante gli incontri avevo spessissimo la chitarra tra le mani, perchè trovo nella musica un potente mezzo di comunicazione con persone molto diverse da me. Penso che un momento chiave sia stato quando, durante un’improvvisazione, ho realizzato che stavo suonando con 10 persone di origini culturali e musicali diverse dalle mie e il risultato veicolava un messaggio, delle emozioni.

Un bagaglio di questo tipo, unito a varie formazioni e ad un’attività di ricerca sugli effetti della musica sul cervello, hanno portato a galla molti degli elementi che contraddistinguono questo progetto: dall’aspetto strettamente musicale, a quello di inclusione, di formazione e laboratoriale. Anche il percorso fatto con gli altri membri di Jamigrants ha contribuito a dare forma e arricchire il progetto: senza di loro non sarebbe nato.

Sono stati molto importanti i contributi di Reza Moafpoorian, eccezionale polistrumentista persiano dalla grande cultura tradizionale e musicale, e Stephan Gahima, facilitatore in Arte Migrante, percussionista e grande organizzatore.   

qual è, a tuo parere, il valore sociale di un progetto musicale migrante?

Questo progetto nasce con la volontà di comunicare dei messaggi sociali di sensibilizzazione ai temi di diversità, multiculturalità, pace e rispetto reciproco. Penso che il valore principale sia questo, insieme alla possibilità di vivere esperienze che arricchiscono i partecipanti di progetti, laboratori e corsi. Alcuni membri, dopo aver iniziato a conoscersi musicalmente, hanno stretto delle relazioni che li portano a condividere e aiutarsi in periodi difficili, come quello che stiamo attraversando ora.   

a chi si rivolge principalmente?

I principali obiettivi di Jamigrants sono far vivere il potere inclusivo della musica e di comunicare e sensibilizzare, quindi il beneficiario è chiunque voglia ascoltare ed interagire con noi. In particolare ci rivolgiamo anche, in forma di laboratori ed incontri, a scuole ed istituti di formazione. Gli attori principali di Jamigrants sono musicisti ed attivisti, con diverse origini, formazioni e storie alle spalle. Abbiamo sempre posto per chi volesse unirsi in maniera propositiva alla squadra, gli ingredienti fondamentali da avere sono voglia di comunicare, mettersi in gioco e promuovere un cambiamento positivo nella società, non serve essere un musicista virtuoso.

Ci puoi raccontare il più grande traguardo raggiunto?

Penso che finora il traguardo più bello che abbiamo raggiunto è stato il portare in uno studio di registrazione professionale 12 musicisti e un coro di rifugiati nato nel Centro di Accoglienza Straordinaria di Bagnoli (PD). In quell’occasione abbiamo registrare un brano e  un breve documentario molto significativo che racconta il messaggio forte che vogliamo dare alla società.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai riscontrato nel concretizzare il tuo progetto?

Il nostro percorso si è sviluppato in più fasi, caratterizzate anche da momenti di difficoltà. Comunicare e coordinarsi non 

è sempre semplice, ognuno ha il suo ritmo e le proprie necessità. Queste per alcuni membri alle volte diventavano urgenze legate alle condizioni precarie da un punto di vista burocratico e lavorativo. Riuscire a risolvere e conciliare tutto questo, trovare compromessi e superare le incomprensioni sono stati sicuramente i momenti più difficili da gestire. Altra grande sfida è la sostenibilità in termini economici del progetto: abbiamo vissuto come un’impresa il riuscire ad autofinanziare la produzione in studio. Anche la situazione pandemica ha pesato, soprattutto per il distanziamento forzato e quindi la difficoltà di essere in contatto.

Quali sono i prossimi passi?

A breve pubblicheremo il frutto del lavoro in studio di registrazione: un singolo ed un documentario. Stiamo inoltre sviluppando dei corsi di strumenti tradizionali e dei laboratori per le scuole. Siamo un progetto musicale migrante e quindi sempre in movimento. Per ulteriori news andate sempre a controllare il nostro sito e seguiteci sui social!

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